Armando de Stefano. Vico Equense inaugura Museo

19 Giugno 2026

Armando de Stefano. Inaugurazione Museo Vico Equense.

Museo Armando De Stefano
Inaugurazione nuovo museo a Vico Equense nella sede storica del palazzo comunale 19 giugno 2026 ore 18.30
A Vico Equense apre il Museo Armando De Stefano nel centenario della nascita del Maestro.
Il nuovo museo è promosso dal Comune di Vico Equense e dalla Famiglia De Stefano in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Napoli.
Sarà inaugurato sabato 19 giugno 2026 alle ore 18.30 il Museo Armando De Stefano, dedicato a una delle figure più significative della pittura del secondo Novecento a Napoli.
Voluto dalla Città di Vico Equense e dalla Famiglia De Stefano, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Napoli, il museo, aperto nel centenario della nascita del Maestro (Napoli, 1926-2021), intende custodire, valorizzare e trasmettere l’eredità artistica e umana di Armando De Stefano, artista profondamente legato alla città di Vico Equense e alla Penisola Sorrentina.
Allestito all’interno della sede storica del palazzo comunale, il museo è pensato come spazio di restituzione pubblica, capace di valorizzare e rendere condivisibile il legame profondo che unì Armando De Stefano a Vico Equense. Il percorso, articolato in tre sale, raccoglie circa 30 dipinti e disegni, assieme a oggetti e arredi provenienti dalla dimora napoletana dell’artista, restituendo non soltanto un nucleo significativo della sua produzione pittorica, ma anche l’atmosfera intima e quotidiana della sua casa-studio. Cavalletti, tavoli da lavoro, libri, antichità, teste in gesso, manichini, elmi e cappelli ricompongono un universo visivo e affettivo in cui arte e vita appaiono profondamente intrecciate.
L’allestimento assume così la forma di un museo-casa, capace di evocare gli spazi in cui De Stefano era solito disegnare, dipingere, leggere e osservare. Le sale del museo restituiscono questa complessità attraverso un percorso che non segue un rigido ordinamento cronologico, ma privilegia nessi, atmosfere e nuclei poetici.
Accanto alle opere degli anni Cinquanta e Sessanta, nelle quali la figura si confronta con la materia pittorica e con una visione sempre più inquieta e interiore, trovano spazio lavori più tardi, segnati dal rapporto tra storia e allegoria, memoria personale e destino collettivo, mito e attualità. Il museo documenta anche altri momenti fondamentali della ricerca dell’artista: dal ciclo sulla Rivoluzione napoletana del 1799 al ciclo Dafne fino al ciclo Porta di Stabia, realizzato a partire dal 2014 e dedicato alla memoria dell archeologo Amedeo Maiuri. Una sezione significativa è dedicata alle suggestioni borgesiane, elaborate da De Stefano a partire dal 2012.
Attraverso le opere e gli oggetti esposti, il museo invita a confrontarsi con una ricerca che ha saputo tenere insieme realismo e visione, storia e mito, impegno civile e immaginazione, facendo della figura umana il luogo privilegiato di una riflessione sempre attuale sull’esistenza, sulla memoria e sul destino collettivo.
L’apertura del Museo Armando De Stefano rappresenta per Vico Equense un importante momento culturale e civile. Il nuovo spazio museale restituisce alla comunità un patrimonio artistico di grande valore e, al tempo stesso, rinnova il legame tra l’opera di De Stefano e un territorio che l’artista amò profondamente e che già conserva opere del Maestro napoletano nella sala consiliare del Comune di Vico Equense, nella Cattedrale

“Abbiamo voluto rendere omaggio a un artista che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’arte italiana del Novecento e che ha scelto Vico Equense come luogo dell’anima, instaurando con il nostro territorio un legame autentico e duraturo”, dichiara il Sindaco di Vico Equense Giuseppe Aiello.
“Non inauguriamo soltanto uno spazio espositivo, ma consegniamo alle future generazioni un luogo di memoria, di conoscenza e di confronto, dove l’arte possa continuare a parlare alle persone e a stimolare riflessioni sul nostro tempo – ha continuato il primo cittadino -. Questo importante risultato è il frutto della preziosa collaborazione con la famiglia De Stefano e con l’Accademia di Belle Arti di Napoli, che ringrazio per aver condiviso con noi un progetto di grande spessore culturale. Vico Equense rafforza così la propria identità di città che investe nella bellezza, nella cultura e nella valorizzazione del proprio patrimonio artistico, consapevole che questi siano strumenti fondamentali di crescita sociale e di sviluppo del territorio”, ha concluso il Sindaco.
Armando De Stefano (Napoli 1926-2021)
Dopo aver studiato al Liceo artistico, si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove insegna
Pittura dal 1950 al 1992. Nel 1947 partecipa al Gruppo Sud e negli anni Cinquanta aderisce alla stagione neorealista, orientando in seguito la propria ricerca verso una pittura sempre più materica, drammatica e visionaria. Dalla fine degli anni Sessanta elabora grandi cicli tematici, tra cui Marat, Masaniello, Odette e il Jolly, Rivoluzione napoletana del 1799, Eden degli esclusi, Dafne, nei quali storia, mito e impegno civile si intrecciano a una intensa ricerca formale. Presente in importanti rassegne nazionali e internazionali, tra cui la Quadriennale di Roma (1951, 1955, 1960, 1986) e tutte le edizioni della Biennale di Venezia dal 1950 al 1956, e poi, nuovamente, nel 1961 (Padiglione italiano). Tra le più recenti personali: al PAN | Palazzo delle Arti Napoli (2009, 2017); Museo Madre (2011); museo ARCOS di Benevento (2014). Nel 2022, a un anno dalla sua scomparsa, il museo Madre gli dedica una mostra sulla recente produzione grafica. Sue opere sono in numerose collezioni pubbliche a Napoli, Vico Equense, Piano di Sorrento, Chieti, Vasto, Milano, Firenze, Mosca, Durazzo, New York, Chicago.
Museo Armando De Stefano Corso Filangieri, 98 80069 Vico Equense




Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026


Biografia di un Maestro

Armando De Stefano nasce a Napoli nel 1926 e si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli, insegnando dal 1950 al 1992 Pittura, dopo aver tenuto i corsi di Figura al Liceo artistico. Negli anni Cinquanta, assimilati e superati i residuali grafismi picassiani ed espressionisti maturati durante la partecipazione al Gruppo Sud (1947), aderisce inizialmente alla poetica neorealista, approdando a una pittura abitata da un’umanità semplice e genuina, ispirata al territorio e alle sue tematiche sociali, mentre dalla seconda metà del decennio la figura dà inizio a una lotta col fondo. L’impasto cromatico, steso con la spatola, apre a esplosioni di libertà gestuali che caratterizzano la produzione successiva. La ricerca degli anni Sessanta si arricchisce, infatti, di una materia pittorica poderosa, densa e tormentata, in cui la figura si piega a una visione rarefatta e a una deformazione sfuggente. Dalla fine degli anni Sessanta, ma soprattutto nei decenni successivi, si dedica alla realizzazione di cicli tematici (tra cui Marat, Masaniello, Odette e il Jolly, Rivoluzione napoletana del 1799, Eden degli esclusi, Dafne), creando grandi affreschi, grafici e pittorici, densi di impegno civile, in cui le istanze sociali ed etiche risultano attentamente coniugate con un’affinata ricerca formale ed estetica.

De Stefano non è mai celebratore né illustratore o semplice cronista della Storia, ma sempre interprete moderno. I suoi eroi, vittime del potere, sono immagini trasfigurate che incarnano le angosce, i timori, le passioni di ideali traditi. Nella produzione più recente artista rappresenta, infine, un mondo fantastico, gremito di figure umane, animali, insetti metallici, sfuggiti ai luoghi oscuri dell’inconscio. Muore a Napoli nel 2021.

Ha esposto in prestigiose rassegne nazionali e internazionali, tra cui alcune edizioni della Quadriennale d’arte di Roma e della Biennale di Venezia. Nel 1989 presenta a Palazzo Serra di Cassano e a Palazzo Reale a Napoli dipinti sul tema della Rivoluzione napoletana. In quest’ultima sede espone anche nel 1997 e nel 2002. Tra le più recenti personali: nel 2009 e nel 2017 al PAN | Palazzo delle Arti Napoli; nel 2011 e nel 2022 al museo Madre; nel 2014 al museo ARCOS di Benevento. Sue opere sono in numerose collezioni pubbliche, tra cui, a Napoli al Museo e Real Bosco di Capodimonte, Museo del Novecento a Castel Sant’Elmo, Conservatorio di San Pietro a Majella, Università degli Studi di Napoli “Federico Il”, Accademia di Belle Arti di Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Museo ARCA a Santa Maria La Nova; a Vico Equense, nella sala consiliare del Comune, nella Cattedrale Santissima Annunziata e nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Bonea; a Piano di Sorrento, nella sala consiliare del Comune. Altri suoi lavori sono al Museo di Chieti, a Palazzo d’Avalos a Vasto, in sedi istituzionali dedicate all’arte contemporanea a Milano e a Firenze, al Museo Pushkin di Mosca, al Museo di Durazzo, nella collezione Ernst Kahn a New York e alla Fondazione.

Vico Equense celebra l’arte: nasce il Museo Armando De Stefano  di Costanza Pellegrini
La città di Vico Equense vive oggi una giornata memorabile, segnata da un traguardo culturale di straordinario valore. Con l’inaugurazione del Museo Armando De Stefano, il cuore della penisola sorrentina si arricchisce di uno spazio dedicato interamente alla memoria e all’opera di uno dei più significativi maestri del panorama artistico contemporaneo. Un progetto ambizioso, una gestazione corale L’apertura del museo non è solo un atto celebrativo, ma il coronamento di un lungo e meticoloso percorso di progettazione. Come sottolineato durante la presentazione, l’iniziativa è il risultato di una sinergia profonda tra le istituzioni locali, la famiglia De Stefano e illustri enti accademici. La presenza di Stefano, in rappresentanza di un’intera famiglia che ha fatto di questo progetto una vera e propria missione di vita, testimonia quanto l’eredità del Maestro sia, in realtà, un patrimonio collettivo e “allargato”.

Il ruolo delle istituzioni
L’evento di oggi vede la partecipazione attiva delle massime cariche cittadine, tra cui il Sindaco di Vico Equense, motore instancabile di questa operazione di valorizzazione, e l’Assessore alla Cultura, figura chiave nel delineare le strategie culturali del territorio. La volontà espressa è duplice: da un lato, l’impegno storico-scientifico volto a portare alla luce l’immensa produzione artistica del Maestro; dall’altro, la costruzione di una visione futura per la città, dove l’arte diventi volano di sviluppo e aggregazione sociale.
Collaborazioni e prospettive
L’inaugurazione, che culminerà in un suggestivo concerto jazz del New Generation Quartet, è stata resa possibile grazie a un network di eccellenze che include l’Accademia di Belle Arti di Napoli, l’Università degli Studi di Napoli Federico II e l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, con il prezioso sostegno morale del Museo Nazionale di Napoli. Il Museo Armando De Stefano si candida a diventare un punto di riferimento non solo per gli studiosi, ma per i giovani e per tutti coloro che vedono nella cultura un momento di intensa
bellezza e crescita collettiva. La Città di Vico Equense dimostra, ancora una volta, di saper coniugare il rispetto per la propria storia con la capacità di guardare al domani, offrendo ai suoi cittadini e ai visitatori una nuova, luminosa finestra sull’arte.

Discorso del Sindaco Giuseppe Aiello: L’Inaugurazione del Museo Armando De Stefano
Di seguito si riportano i punti salienti dell’intervento del Sindaco di Vico Equense, Giuseppe Aiello, in occasione dell’apertura del nuovo polo museale dedicato al Maestro Armando De Stefano.
Un traguardo storico per Vico Equense
Il Sindaco ha aperto il suo intervento sottolineando l’importanza cruciale di questa giornata per la comunità. L’inaugurazione del Museo Armando De Stefano rappresenta il coronamento di una gestazione complessa e ambiziosa, volta a valorizzare l’immenso patrimonio artistico lasciato dal Maestro.
Sinergia e Collaborazione
Il Sindaco ha posto l’accento sulla natura corale del progetto, ringraziando:
● La famiglia De Stefano: Rappresentata da Stefano, che è stata il cuore pulsante e il motore del progetto.
● L’Assessore alla Cultura: Fondamentale per la visione strategica del futuro culturale della città.
● Le istituzioni partner: L’Accademia di Belle Arti di Napoli, l’Università degli Studi di Napoli Federico II e l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, le cui collaborazioni sono state determinanti.
Valore Culturale e Visione Futura
Secondo il primo cittadino, la creazione di questo museo non risponde solo a una necessità di natura storico-scientifica di preservare l’opera del Maestro, ma si inserisce in un disegno più ampio di rilancio dell’immagine di Vico Equense. L’arte, in questo contesto, viene intesa come un volano di sviluppo, bellezza e aggregazione, capace di coinvolgere attivamente le nuove generazioni.
Il Sindaco ha concluso il suo discorso richiamando l’attenzione sull’intensità emotiva di questo momento, definendo il museo un presidio di cultura destinato a diventare un punto di riferimento fondamentale per tutto il territorio.

Discorso del Vicesindaco e Assessore alla Cultura: Un Museo per la Comunità

L’intervento del Vicesindaco e Assessore alla Cultura di Vico Equense ha messo in risalto il valore sociale e identitario del nuovo Museo Armando De Stefano, evidenziando come l’istituzione museale non sia solo un luogo di esposizione, ma un punto di incontro profondo con la cittadinanza.

Rispondere a un desiderio della comunità

Il Vicesindaco ha sottolineato con orgoglio che l’amministrazione è riuscita a dare forma a un sentimento radicato da anni nella comunità: il desiderio di celebrare il Maestro Armando De Stefano attraverso un luogo fisico dedicato. L’obiettivo primario non è stato solo onorare l’artista, ma garantire che egli fosse riconosciuto e celebrato dagli stessi cittadini di Vico Equense.

Un legame profondo con il territorio

Uno degli aspetti più significativi emersi dal discorso riguarda lo stretto rapporto che il Maestro De Stefano ha costruito nel corso degli anni con il tessuto locale:

  • Relazioni autentiche: Il Maestro ha saputo tessere legami profondi con gli artisti locali, citando ad esempio Antonio Carrano, e con l’intera cittadinanza.

  • Spirito comunitario: Il museo è stato concepito proprio per riflettere questo spirito di condivisione e appartenenza che il Maestro ha ispirato.

Prospettive future: programmazione e sinergie

L’inaugurazione del Museo viene presentata come un punto di partenza. L’amministrazione ha delineato una visione dinamica per i mesi a venire:

  • Programmazione culturale: Il museo sarà il centro propulsore di una serie di iniziative volte ad animare la vita culturale della città.

  • Sinergie artistiche: È prevista la creazione di eventi che integrino diverse forme d’arte, inclusa la musica, promuovendo collaborazioni che arricchiscano l’offerta del polo museale. https://www.youtube.com/watch?v=BhJKt84OuV8

L’emozionante ricordo di Stefano De Stefano

Durante la cerimonia di inaugurazione del Museo Armando De Stefano a Vico Equense, Stefano De Stefano ha espresso la sua profonda emozione, definendo il museo la realizzazione di un “sogno” che il padre coltivava da tempo.

Un legame profondo con il territorio

Stefano ha ripercorso la storia del legame tra il padre e Vico Equense, nato tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

  • Il ruolo della galleria “La Spogliera”: Fondamentale per questo rapporto è stato l’incontro con Antonio Carrano. La sua galleria divenne un centro nevralgico per intellettuali e artisti, tra cui Michele Crisci, padre Salvati, Guido D’Agostino, Carlo Fermariello, Gerardo Piarmonte e Marco Rossidori.

  • Vico come “Museo diffuso”: Oltre al nuovo museo, Stefano ha sottolineato come la città ospiti diverse opere del padre, in particolare presso la chiesa di Punta Mare e la chiesa di Bonea, invitando il pubblico a scoprire queste testimonianze sul territorio.

  • Un legame ideale: Il Maestro, che scelse di essere sepolto nel cimitero di San Francesco, sarà idealmente collegato alle sue opere attraverso un particolare “oblò” visibile all’interno del museo, creando una linea di continuità tra la vita e l’arte.

Ringraziamenti e sinergie

Stefano ha dedicato gran parte del suo intervento ai ringraziamenti verso le persone e gli enti che hanno reso possibile il progetto:

  • Istituzioni: Ha espresso gratitudine al sindaco Giuseppe Aiello per l’impulso decisivo al progetto, all’assessore Annalisa Donnaroma, al dirigente Francesco Noni e a Carmenola per il supporto nell’allestimento.

  • Il team di lavoro: Ha lodato la “squadra tutta al femminile” che ha lavorato al progetto, citando l’architetto Valentina Autiero (figlia del drammaturgo San Campero), la storica dell’arte e curatrice Olga Scotto di Vettimo, e Enrica D’Aganno per la grafica.

  • Sostegno personale: Un ringraziamento particolare è andato alla moglie Daniela Peretti, che ha dato un contributo determinante e pratico al progetto in un momento di salute delicato per Stefano.

  • Collaboratori tecnici: Sono stati ringraziati Mario Franco per i filmati d’archivio, e i collaboratori “factotum” Antonio e Ciro per il prezioso lavoro manuale svolto.

Il connubio tra pittura e musica jazz

Stefano ha infine introdotto il fratello Lorenzo, sottolineando la grande passione di Armando per la musica jazz. Il concerto che seguirà l’inaugurazione vedrà protagonista Fabio De Stefano, erede del Maestro, con un gruppo di giovani talenti che eseguiranno brani amati dallo stesso Armando.

L’intervento di Lorenzo De Stefano

Nel suo discorso, Lorenzo De Stefano ha voluto rimarcare la natura virtuosa dell’amministrazione comunale, evidenziando come la realizzazione del Museo Armando De Stefano sia il frutto di una profonda unità di intenti tra l’ente pubblico e una comunità che ha fortemente sostenuto il progetto.

Un museo vivo e poliedrico

Lorenzo ha sottolineato che questo spazio non dovrà essere solo un luogo di memoria, ma un punto propulsore per svariate iniziative culturali, spaziando oltre le arti visive per abbracciare altre forme espressive, prima tra tutte la musica.

La passione per il Jazz

Il legame tra il Maestro Armando De Stefano e la musica jazz è un elemento centrale della sua vita e della sua storia personale:

  • Le origini: Negli anni ’40, il Maestro iniziò a frequentare il jazz realizzando ritratti per i soldati americani durante il periodo dell’occupazione del 1944.

  • Memoria storica: Il museo ospiterà testimonianze documentali di questo significativo rapporto del Maestro con le forze armate americane.

  • Eredità familiare: Questa passione è stata trasmessa ai figli e al nipote, che porta avanti l’interesse per il contrabbasso.

Il talento dei giovani musicisti

Il momento musicale che seguirà l’inaugurazione è stato descritto come un omaggio che il Maestro avrebbe certamente gradito. Sarà protagonista un quartetto di giovanissimi musicisti (tra i 16 e i 18 anni) che, nonostante la loro età, vantano già esperienze di rilievo:

  • Collaborazioni: Hanno lavorato con musicisti di fama internazionale come Fabrizio Bosso e Rosario Giuliani.

  • Eventi prestigiosi: Hanno partecipato all’International Jazz Day presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma e si sono esibiti a Umbria Jazz.

Lorenzo ha concluso esprimendo grande soddisfazione nel vedere dei talenti così giovani dedicarsi con passione alla musica jazz, interpretando questo impegno come un ideale proseguimento del percorso artistico del padre.

Il ricordo di Antonio Carrano: La Scogliera e il Maestro

Antonio Carrano, storico titolare della galleria d’arte “La Scogliera”, ha offerto una testimonianza ricca di aneddoti sul profondo rapporto che ha unito il Maestro Armando De Stefano alla città di Vico Equense per oltre quarant’anni.

La galleria “La Scogliera” come centro culturale

Per decenni, la galleria di Carrano ha rappresentato un vero e proprio “salotto letterario” per la Penisola Sorrentina, divenendo il punto di riferimento per il Maestro e per illustri intellettuali.

  • Il luogo fungeva da catalizzatore culturale dove confluivano figure di spicco come lo scrittore Michele Prisco, entrambi cittadini onorari di Vico Equense.

  • La collaborazione tra il gallerista e il Maestro ha dato vita a numerosi progetti, tra cui diverse mostre dedicate alla memoria della rivoluzione napoletana del 1799, evento che ha segnato profondamente la produzione artistica di De Stefano.

Vico Equense come “Museo diffuso”

Carrano ha sottolineato come la città di Vico Equense sia disseminata di opere del Maestro, un’eredità che trascende il nuovo museo dedicato.

  • Opere di De Stefano si trovano nella Cattedrale di Vico Equense, nella Chiesa di Punta Mare e nella Chiesa di Bonea, quest’ultima situata in prossimità della casa dove il Maestro alloggiava abitualmente.

  • Tra le opere citate, spicca un dipinto esposto alla Biennale di Venezia nel 1989, che è stato segnalato come rappresentativo dei “segni del ‘900 nelle chiese d’Italia”.

Un ponte tra storia locale e visitatori internazionali

Il gallerista ha rievocato l’episodio di un gruppo di professori universitari americani di Boston, rimasti profondamente colpiti dalla presenza e dalla storia di figure come Gaetano Filangieri e Monsignor Natale nelle opere del Maestro.

  • Carrano ha ricordato come, attraverso le opere di De Stefano, sia stato possibile narrare a questi visitatori pagine oscure della storia locale, come le vicende legate alla repressione borbonica e all’ammiraglio Caracciolo.

  • L’esperienza vissuta a Vico Equense dai professori americani fu definita da loro stessi come uno dei momenti più significativi del loro viaggio in Europa, grazie al profondo spessore storico e artistico testimoniato dalle opere del Maestro.

Ecco l’intervista esclusiva a Gian Lorenzo De Stefano, secondogenito del Maestro Armando De Stefano, raccolta in occasione della storica giornata inaugurale del museo a lui dedicato.

Intervista a Gian Lorenzo De Stefano: L’eredità di un Maestro tra arte e vita

Buongiorno Gian Lorenzo. Oggi è una giornata magica, che corona un percorso lungo quasi vent’anni, iniziato con la donazione delle opere al Comune nel 2006. Come si sente in questo momento? “Siamo molto emozionati perché finalmente si realizza uno dei desideri più profondi di mio padre. Armando aveva un legame viscerale con la penisola sorrentina e con Vico Equense in particolare, tanto che spesso rimpiangeva di non aver acquistato una casa qui. Quel legame si è consolidato in modo definitivo nel 1999, in occasione della mostra dedicata ai duecento anni della Rivoluzione Napoletana, che ha rappresentato un incipit fondamentale per il rapporto tra l’artista e questa terra, custode della memoria di martiri come il Vescovo Natale e patria di Gaetano Filangieri.”

Spesso si immagina l’artista come una figura distaccata dalla famiglia. Che tipo di padre era Armando nel privato? “Al contrario di quanto si possa pensare, mio padre era un genitore presente, che educava attraverso l’esempio. Il suo metodo era basato su una costante e quotidiana vicinanza, che trasformava il rapporto genitoriale in una forma di fratellanza. Ci ha trasmesso le sue passioni trascinandoci nei suoi studi e avvicinandoci al mondo dell’arte: basti pensare che mio fratello è diventato professore di storia dell’arte, restando pienamente immerso in quel campo.”

Lei invece ha seguito una strada diversa, pur mantenendo un legame profondo con l’eredità di suo padre, specialmente in campo musicale. “È vero, io ho intrapreso una professione legale, ma la passione per la musica, che era parte integrante della vita di papà, è rimasta un pilastro in famiglia. Armando era un pianista: durante gli anni dell’occupazione americana del 1944, suonava nei locali di via Toledo per le forze alleate, oltre a realizzare ritratti per gli ufficiali. Questa eredità musicale continua oggi attraverso mio figlio, che domani si esibirà all’inaugurazione.”

Questa dimensione musicale sarà protagonista anche all’interno del nuovo museo, giusto? “Esattamente. Oltre al concerto di domani, abbiamo voluto curare una colonna sonora che accompagnerà i visitatori tra le sale del museo, composta da brani jazz degli anni ’40, gli stessi che accompagnavano il lavoro di mio padre in quegli anni di gioventù.”

Il percorso espositivo raccontato dalla curatrice

Il Museo Armando De Stefano, concepito sotto la direzione scientifica di Olga Scotto di Vettimo, si propone come un’esposizione antologica che esplora le diverse anime della produzione del Maestro. La curatrice, forte di una profonda conoscenza dell’opera dell’artista — maturata attraverso la cura di prestigiose esposizioni al PAN e al Museo MADRE di Napoli — ha guidato l’allestimento con l’obiettivo di restituire la complessità del percorso creativo di De Stefano.

I pilastri dell’allestimento

L’esposizione, situata nei suggestivi ambienti del Palazzo Comunale di Vico Equense, articola il racconto artistico attorno a nuclei tematici fondamentali:

  • Il ciclo della Rivoluzione Napoletana del 1799: Un nucleo centrale che, come evidenziato anche dal figlio del Maestro e dal gallerista Antonio Carrano, rappresenta uno dei momenti più alti dell’impegno civile e storico di De Stefano. Le opere presenti, tra cui quelle che ritraggono figure chiave come Gaetano Filangieri e Monsignor Natale, documentano la visione dell’artista nei confronti di una “storia” che si fa pittura.

  • La continuità ideale: L’allestimento è stato studiato per creare un dialogo costante tra le opere e il territorio. Particolarmente significativa è la scelta architettonica di inserire un “oblò” all’interno del percorso museale, che offre un affaccio ideale verso il cimitero di San Francesco, dove riposa il Maestro, stabilendo così una linea di congiunzione simbolica tra l’arte esposta e la memoria dell’artista.

  • L’integrazione tra le arti: Come sottolineato nelle fasi preparatorie, l’esperienza museale è arricchita da una componente sonora che accompagna il visitatore. La colonna sonora, composta da brani jazz degli anni ’40, richiama l’esperienza giovanile del Maestro, quando lavorava come pianista per le forze alleate, rendendo omaggio alla sua duplice anima di pittore e musicista.

L’allestimento, curato in sinergia con l’architetto Valentina Autiero e con il supporto grafico dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, trasforma il museo in un presidio culturale in cui la narrazione biografica si fonde indissolubilmente con la testimonianza artistica, offrendo ai visitatori una visione intima e al contempo monumentale dell’opera di Armando De Stefano.

 




Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026


Pannelli esclicativi  del  museo armando de stefano

Tra mito, storia e rivoluzione

A partire dal 2012, Armando De Stefano elabora una riflessione visiva sulle suggestioni di Jorge Luis Borges, dando forma a un ciclo in cui arte figurativa e poesia entrano in una relazione di profonda consonanza. Della parola poetica dello scrittore argentino l’artista accoglie soprattutto la forza evocativa, restituendola entro una pittura densa, drammatica e visionaria. Borges offre a De Stefano un orizzonte di immagini interiori, di ricordanze, presagi e figure liminari, attraverso cui il visibile si apre all’invisibile e la concretezza delle cose si trasfigura in ombra, sogno, ricordo, immagine mentale, divenendo traccia di una realtà che si sottrae e tuttavia continua ad agire. In queste opere, tempo e spazio cessano di essere coordinate stabili e si manifestano come forme discontinue dell’esistenza, sospese tra memoria e destino, tra apparizione e sparizione. Le figure, spesso solenni, deformate, livide, isolate o sospese,
custodiscono questa tensione tra presenza e assenza, tra Storia e trasfigurazione, entro una trama di immagini che evoca sensazioni, effigi remote e scene rivisitate come in un sogno. All’interno di questo confronto con Borges, temi e figure quali Democrito e Il Calandria vengono assunti da De Stefano come nuclei simbolici e poetici, sottoposti a un’intensa rielaborazione pittorica. In questo stesso repertorio riaffiora anche Napoli, presenza costante nell’immaginario dell’artista, teatro delle passioni umane e luogo in cui dolore, pietà e destino si addensano in immagini di forte intensità simbolica, come mostra il dipinto dedicato a Maria al Purgatorio, che richiama un antico culto ancora oggi vivo nella tradizione devozionale della città. Il ciclo borgesiano costituisce così uno dei momenti più intensi della tarda produzione di De Stefano, in cui la forza espressiva del colore, con cui l’artista costruisce volti,
forme ecorpi, acquista un rilievo sempre più marcato, restituendo ancora una volta una riflessione acuta e potente sull’esistenza e sulla Storia. Nella quadreria qui proposta, ciascuna immagine resta isolata e concentrata, come un’apparizione che affiora tra memoria, ombra e visione. La reiterazione di volti e ritratti, assunti come presenze autonome, conferisce a ogni dipinto l’intensità sospesa di un fotogramma cinematografico, senza tuttavia ordinarlo entro una sequenza narrativa.
Nella sala trovano posto anche opere riconducibili a momenti differenti della ricerca di De Stefano: L’attesa, opera che qui testimonia il suo fondamentale ciclo sulla Rivoluzione napoletana del 1799, e che attesta come, negli anni Ottanta, la pittura si configuri ormai quale luogo di condensazione tra memoria, inquietudine interiore e racconto della Storia; e Dafne e Peneo, dipinto tratto dal ciclo Dafne dei primi anni Duemila, in cui il mito, riletto dall’artista in chiave allegorica, diviene uno strumento critico per dare forma a
inquietudini morali, metamorfosi identitarie e tensioni storiche, denunciando, al tempo stesso, il trasformismo politico e le contraddizioni del presente.

Il museo civico dedicato ad Armando De Stefano, istituito dal Comune di Vico Equense all’interno della sede storica del palazzo comunale, nasce dal desiderio di custodire e trasmettere la memoria di un artista che intrattenne un legame profondo e duraturo con questo territorio, individuando in Vico Equense una meta privilegiata dei suoi lunghi soggiorni in Penisola Sorrentina. Il museo, pertanto, rende omaggio al Maestro nel centenario della nascita e, al tempo stesso, restituisce alla comunità vicana il segno di
un’appartenenza elettiva, radicata in questi luoghi, che De Stefano amò così tanto. I due cannocchiali ottici, ricavati nelle pareti della prima sala, orientano lo sguardo verso il Vesuvio e verso il cimitero, scelto dall’artista come luogo della propria sepoltura, rimarcando visivamente ed emotivamente la sua corrispondenza con Vico Equense.
Il percorso museale, articolato in tre sale, raccoglie dipinti e arredi provenienti dalla dimora napoletana dell’artista, secondo un criterio espositivo che non segue un rigido ordinamento cronologico, ma restituisce piuttosto un’atmosfera domestica e di lavoro. L’allestimento richiama così la dimensione del “museo-casa”, evocando gli spazi in cui De Stefano era solito disegnare, dipingere, leggere e osservare, circondato da oggetti e antichità, come teste in gesso, manichini, elmi, cappelli, la cui presenza si riflette spesso
nella sua pittura. La prima sala, in particolare, riprende il clima raccolto della casa-studio di palazzo Cito di Melissano, dove l’artista visse a partire dalla fine degli anni Ottanta, nei pressi dell’amatissimo Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il cavalletto, il tavolo da lavoro, la poltrona, la libreria e i quadri alle pareti introducono a un universo intimo e quotidiano, dove, accanto ai dipinti della
fine degli anni Cinquanta, come L’uomo e il fuoco, e dei primi anni Sessanta, come Il viceré, nei quali le forme acquistano una vibrazione drammatica che orienta la pittura verso una visione più inquieta e interiore, sono collocate opere più tarde, nelle quali riaffiorano nuclei centrali della sua ricerca (Le onde del contenitore). I volti che abitano i dipinti sembrano appartenere a un’umanità nota, che appare remota e al tempo stesso vicinissima. Sintesi colta di letteratura, musica, pittura e strada, il linguaggio di De Stefano è popolato da figure che rifuggono ogni intellettualismo astratto per votarsi alla vita, restituendo un tempo sempre presente, attraversato dalle tensioni della Storia, come testimonia l’impianto visionario e allegorico de La fossa del guerriero, ma anche l’incessante opposizione – per De Stefano mai risolta – tra natura e cultura, dove la pittura si misura con la ferita contemporanea della devastazione ambientale (Fontana viola 2, Salvare le culture). La sala introduce, così, uno dei tratti più profondi dell’opera di De Stefano, che coniuga tensione civica e politica, memoria personale e storia collettiva.

Il Generale Clark

Era la primavera del 1944, Armando De Stefano aveva poco più di diciassette anni. Studente di talento di un Liceo artistico trasformato in quei giorni con l’Accademia di Belle Arti in ospedale militare, fu contattato da alcuni compagni di corso perché si era trovato il modo di fare un po’ di dollari sonanti, in un tempo di fame e miseria bellica ben narrata da Curzio Malaparte nel suo romanzo La pelle. Gli alleati, americani e inglesi in primis, si erano stanziati a Napoli e ufficiali e soldati, in assenza di macchine fotografiche veloci nella stampa, iniziarono a farsi ritrarre da artisti in erba, spesso in crocchio in attesa davanti Palazzo Reale.
I ritratti del giovane De Stefano, da sempre dotatissimo nel disegno a mano libera, colpirono più di un militare al punto di volerlo stabilmente come ritrattista nel loro comando, impiantato nell’ex Standa all’angolo fra via Toledo e via Diaz. Qui gli affidarono uno spazio, all’esterno del quale si creava sempre una fila di soldati, graduati, ufficiali e anche di Women’s Army Corps, le ragazze dell’esercito a stelle strisce. Ebbene la fama di De Stefano giunse fino al Generale Mark Clark, capintesta delle truppe americane nella
campagna d’Italia. Da gennaio teneva sotto assedio l’esercito nazista arroccato a Cassino e, non potendo muoversi di lì, chiese che il giovane artista fosse portato nelle retrovie dell’assedio per essere immortalato con la sua uniforme d’ordinanza. Fu così che il ragazzo un po’ gracile e con gli occhiali dovette imbracciare il suo primo cavalletto (qui esposto con il dipinto neorealista Il partigiano) e montare su una jeep direzione Cassino. Dopo un viaggio scomodo aggrappato al suo prezioso strumento di lavoro, trovò ad
attenderlo nella sua tenda proprio lui, il celebre Generale, del quale iniziò il fedele ritratto, la cui stampa si riporta qui di fianco. Un disegno portato a termine con un piccolo stratagemma: impossibilitato a posare per l’intera durata del lavoro – le mitraglie tedesche
e i cannoni americani richiedevano la solerte presenza di Clark – De Stefano, finito il volto, chiese a un soldato dalla corporatura simile a quella del Generale di indossare la sua uniforme e completare così il ritratto.

La forma e la figura

Dal realismo alle opere più recenti

Il ciclo Porta di Stabia comprende una serie di dipinti realizzati da De Stefano a partire dal 2014 e dedicati al noto archeologo Amedeo Maiuri, figura determinante per la storia degli scavi delle antiche città vesuviane nel Novecento. In queste opere – tra cui La flagellata, Portale di Loreto Tiburtino, Memorie di un pianoforte, L’uccello della memoria (Porta di Nola) – l’artista trasforma Pompei in un luogo della memoria, popolato da teschi, figure ammantate, elementi architettonici, resti e presenze sospese, che compongono un universo attraversato da echi di vita, segni di morte e tracce resistenti al tempo. Anche quando affiorano volti, emblemi o richiami
riconoscibili, la Storia non si offre come racconto, ma si condensa in una visione interiore e meditata, in cui l’antico continua a interrogare il presente. Il rosso pompeiano, la fissità delle figure e la tensione narrativa della composizione fanno di questo ciclo uno dei momenti più intensi della ricerca dell’artista, in cui la pittura si misura con la durata del tempo e con la fragilità della civiltà.
Nella stessa sala, Giovane col fucile (Il partigiano) e La spia suggeriscono un significativo confronto tra l’adesione al realismo pittorico degli anni Cinquanta, segnata dalla partecipazione dell’artista al Gruppo Sud, e il ripensamento sulla figura e sulla sua compostezza formale, avviato attraverso un processo di riduzione e di scarnificazione che ha profondamente orientato la ricerca di De Stefano nel decennio successivo, soprattutto a seguito del folgorante incontro con la pittura di Francis Bacon.
Alla piena maturità degli anni Duemila risalgono, invece, La ninfa barbuta, in cui mito e allegoria convergono in immagini di forte densità, attraverso una figurazione sempre più trasfigurata e visionaria, e i dipinti L’elicottero e Fiches n. 3, dove l’immaginario dell’artista si misura con le inquietudini del proprio tempo, trasformandole in apparizioni pittoriche sospese tra allegoria, visione e
presagio. La pittura di De Stefano si conferma così costantemente attraversata da una tensione critica, che assume la realtà contemporanea come materia viva dell’immaginazione. In questa prospettiva si colloca anche Athene 2004, dipinto in occasione delle Olimpiadi che si tennero nella capitale greca, nel quale, ancora una volta, il mito non è assunto come mero richiamo colto, ma quale forma simbolica attraverso cui leggere, interrogare e comunicare il presente.

Da LA TERRA DELLE SIRENE N° 23

DUE OPERE DI ARMANDO DE STEFANO NELLA CHIESA  DELL’ANNUNZIATA DI VICO EQUENSE

di Franco Cuomo

Bisogna riandare indietro di anni, rispetto ad ora, quando ad Armando De Stefano fu chiesta la partecipazione ad una mostra sui  artiri della rivoluzione partenopea del ’99. Volevamo organizzare qualcosa che lasciasse il segno, una memoria degli avvenimenti attraverso le immagini di un autore che su quei fatti aveva speso buona parte della sua vita a raffigurarli. Furono giorni febbrili, ma entusiasmanti. Occorreva intanto scegliere lo spazio per l’ allestimento, poi contattare De Stefano, scegliere insieme le opere da esporre, verificare la sua disponibilità, mostrargli lo spazio che avevamo scelto: la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Punta mare. Un progetto culturale di respiro lungo, un gruppo di amici, chi scrive, Antonio Carrano, Giancarlo Matrone, Franco Autiero, animati da una passione comune, insieme al parroco don Fabio Savarese e con l ‘ aiuto delle autorità preposte, riuscirono a fare di quella mostra l ‘ avvenimento più importante delle manifestazioni che erano state programmate per tempo già due anni prima. Tra Armando De Stefano e Vico Equense fu un amore a prima vista. De Stefano arrivò i n un pomeriggio di calura estiva e nonostante l ‘ afa fu colpito dalla luce meridiana del posto e dalla sacralità del luogo: pensò subito che tra le sue opere e quello spazio la sintonia era perfetta. Poi  si recò a visitare l’ex-cattedrale che, inizialmente, avrebbe dovuto ospitare i disegni della cartella sui martiri della rivoluzione. Fu accolto dalla penombra e dalla frescura della chiesa, si riposò e cominciò – con la curiosità degli artisti – a guardarsi intorno.

Il caso

Armando De Stefano, cittadino onorario di Vico Equense, avrebbe poi donato al Comune e alla chiesa dell’Annunziata tre opere: un  Monsignor Natale, un Gaetano Filangieri e un San Gennaro repubblicano. Le prime due furono collocate nella stanza del sindaco,  donate alla cittadinanza di Vico, dove sono ancora adesso, la terza si trova nell’ ex-cattedrale, nella navata laterale, accanto al trittico quattrocentesco. Per la collocazione di quest’ultimo lavoro, il parroco Fabio Savarese aveva scelto la cappella della Madonna del Rosario, dove ai lati dell’ altare le due pareti erano vuote. Fu solo per caso che Armando De Stefano quel pomeriggio, fermandosi davanti a quella cappella, ideò il suo progetto e disse al parroco: “Sentite don Fabio, il San Gennaro lo mettiamo da un’ altra parte, per queste due pareti ci penserò io, vi farò due tele a tema religioso”. Forse il posto, forse l’intima religiosità di quest’ artista, noi intorno attenti a non contrariarlo, ad assecondare ogni suo desiderio, consapevoli che si stava partecipando ad un evento che rendeva noi e l’artista parte della storia dell’intera comunità. Quelle parole non furono dette così tanto per dire. Armando De Stefano, nel momento in cui collocò il suo San Gennaro repubblicano in quella chiesa, concepì il progetto per la realizzazione delle due tele che avrebbero dovuto occupare lo spazio ai lati dell’ altare: Cristo alla colonna e la Visita della Madonna a Santa Elisabetta. Ma tutti noi lo sapemmo solamente assai dopo. Solo dopo che furono ultimate le celebrazioni del ‘ 99 Armando De Stefano cominciò a chiamare Antonio Ca.nano per metterlo a conoscenza che lui a quelle tele ci stava lavorando con la testa veramente, voleva le dimensioni delle cornici, perché cominciava gli studi preparatori .

L’evento

Nell’ arte la realtà è presa e mutata in forma; ma se non si ammette che nell’ arte la realtà si presenta con una verità intima, che è la verità della sua rappresentazione, lesperienza estetica è presa in considerazione solo per essere disingannata, e tutto ciò solo a patto che venga subordinata ad un superiore ideale di verità. La verità di questi due lavori di Armando De Stefano è quella del bisogno di comunicare alla collettività la forza metaforica e simbolica del linguaggio della sua pittura, ma anche quella di voler in un qualche modo rappresentare il sacro, arrendersi ed affi darsi ad esso, consapevole che ciò che si va a raffigurare è la messa in scena di un mistero. Schleiermacher ha scritto che è la teologia a dare universalità all’esserci, e Novalis commenta che tutto il momento religioso è leggibile unicamente nell’arte: nella musica, nella poesia, nella pittura. Se è soltanto attraverso la cristianizzazione, come sostiene sempre Novalis, che si può anivare ad una nuova epoca e trovare una natura diventata onesta e reale, l’arte è l? strumento per attuare questa cristianizzazione e questa visione della realtà. E solo un modo per leggere l’arte, ma è quello che mi viene in mente rispetto a opere che hanno tenti religiosi. Questa posizione poi è stata rovesciata e comunque integrata ad altre posizioni dello spirito, il romanticismo e la romanticizzazione del mondo capovolgono i termini: l’ arte non è pitt strumento per affermare il cristianesimo, ma è il linguaggio della musica e della pittura che investe tutta la realtà della sua potenza mitica ed utopica, trascendendola e, in parte, modificandola.

La realtà è estetica, nel senso che è leggibile esteticamente, ma l’ estetizzazione nasce da un processo linguistico: ogni cosa diventa simbolo se il mondo diventa anima ed ha nel linguaggio la sua realtà, perché il mondo è fondamentalmente rappresentazione, la sua realtà è il linguaggio e l’unico linguaggio che ha la proprietà di svelare la vita del cosmo è quello dell’arte e, forse, anche quello della filosofia. Questa breve premessa è necessaria per approcciare all’ arte figurativa a sfondo religioso, ma a questo punto direi al fe nomeno artistico in genere. De Stefano ha voluto rappresentare due sacri nlisteri: un mistero gaudioso e un mistero doloroso, e, nel fare ciò, ba voluto consegnare paite della sua pittura all’universo della fede senza per questo venir meno alla radice giacobina della sua provenienza culturale. C’è una differenza nel vedere esposte le proprie opere in un interno borghese, una casa, un museo e vederle collocate in una chiesa? Non lo so, non so rispondere, o forse sì. Potrei pensare che quelle esposte in un interno borghese potranno essere rimosse, spostate, consegnate più frettolosamente alla impermanenza delle cose nel tempo, mentre quelle coUocate in un tempio è come se fossero consegnate ad un’immortalità: l’immo1talità simbolica del culto.

Ma sono impressioni mie e non so se De Stefano davanti a quegli spazi vuoti abbia pensato a queste cose, so solo che di fronte a quella  cappella lui misurò geometricamente gli spazi e con perizia professionale decise già tutto: colori, materiali, soggetti, composizione, tema. Nella sua casa di Napoli dalle volte ampie, con i rumori ovattati che ci arrivavano dalla strada, due anni dopo gli avvenimenti appena descritti, ci trovavamo seduti davanti alle opere. Non erano più un progetto, non stavano più solo nella testa dell’ artista, un’idea, un’intuizione, un processo del fare. Le due tele erano lì, una sul cavalletto l’altra appoggiata alla parete, nello studio: siamo stati per un po’ tutti in silenzio, presi da stupore e rispetto, mentre Armando De Stefano umile davanti ai suoi lavori aspettava un nostro commento, delle impressioni a pelle. La presenza delle opere si imponeva, giganteggiavano orgogliose della propria autonomia, lo studio sembrava non più contenerle e, per la ve1ità, la mia piima impressione fu quella di vederle già al loro posto nella chiesa: le due tele ricreavano già in quella stanza lo spazio per il quale erano state prodotte. Poi De Stefano ruppe il silenzio bruscamente, partecipandomi quello che voleva che venisse scritto: a lui intere ssava solo la comunicazione con la collettività che avrebbe ammirato quei lavori e soprattutto ci teneva che al di là delle citazioni – che per due opere come queste possono essere infinite nella storia dell’ arte – venisse fuori che lui quelle figure le aveva pensate e prodotte nel 2001.

Così Santa Elisabetta ha le fattezze di una vecchia contadina dal volto rugoso: potrebbe essere di Massa Lubrense o di Massaquano, o di Ticciano, col fazzoletto in testa, che ha raccolto da poco le olive o sistemato il campo. Una figura di vecchia che è ancora possibile incontrare dalle nostre parti, così come la Madonna, la quale, spogliata dei riferimenti iconografici ai quali ci rimanda tanta pittura del Cinque e del Seicento, finisce col somigliare ad una ragazza presa più dal set di un fi lm di Rossellini o Pasolini, che non da un quadro del Pontormo.

Un interno mediterraneo, che promana Luce meridiana e sullo sfondo in lontananza un cielo azzurro, un albero e una serva, insieme ad una tecnica che fa somigliare l’opera più ad un affresco che a un lavoro su tela. Era infervorato mentre descriveva, ci teneva – e questo è il tratto di tutta l’opera di Armando De Stefano – alla sua Zeitlichkeit, alla sua temporalità: “Professo’ Armando De Stefano, ‘Visita di S. Elisabetta ‘ (foto di Giancarlo Matrone) – disse – io sono un pittore contemporaneo e tutte le figure che rappresento sono prese dai volti che incontro per strada, nella vita di tutti i giorni, quando scendo per strada nella mia Napoli di To ledo o di Foria, la storia dell’ arte sta nella vita di ogni artista, io piglio spunti, ma poi è il presente quello che pitto”. Ed era vero, perché quei lavori, lì davanti a noi, erano una grande sintesi di due grandi racconti, restituiti alla rapprese ntazione e al pubblico con grande sensibilità contemporanea. Poi passammo al Cristo alla colonna: qui l’atmosfera, per contrasto compositivo ma anche per il tema rappresentato, è più claustrofob ica: il rosso cupo del mantello contrasta col verde del drappo del centurione, ma sono soprattutto il ghigno e il capo reclino del milite che colpiscono. Il dramma di Armando De S1efano, ‘Cristo alla colonna’ (fo to di Giancarlo Matrone) un mjstero doloroso, dove tutto è rappresentato perché tutto doveva accadere, è in quell’atteggiamento dimesso del Cristo e in quella beffa del soldato. Quando lasciammo casa sua, don Fabio, Giancarlo, io e Antonio, lo vedemmo procedere veloce- per la strada, salutando la gente che lo conosce, lo stima, lo ama e insieme commentammo che anche quella è una delle componenti della forza vitale che viene fuori dai suoi lavori. Forse è superfluo dire altro, anzi lo è sicuramente, saranno le due tele in quella cappella a testimoniare la dignità del linguaggio pittorico di Armando De Stefano, ma anche a ricordarci il gesto silenzioso di un intimo progetto diventato evento, di quest’artista poco incline ai cerebralismj, ma visivamente colto, sanguigno e passionale, che, con umjltà, ha voluto consegnare generosamente la sua pittura alla ritualità del culto di chl verrà a pregare o semplicemente entrerà nella chiesa dell’ Annunziata di Vico Equense.

 




Generico giugno 2026





Generico giugno 2026





Generico giugno 2026


[De Stefano] percepisce la vicenda nei suoi aspetti più drammatici e spettacolari, dai quali finisce per essere avvinto, sino a ritrovarsi al tempo stesso osservatore e protagonista di una tragica ballata per le vie e le piazze della città, alla quale partecipa con la medesima accensione eroica e il medesimo furore della folla scatenata. Così, fantasma egli stesso in questa folla di fantasmi, il cuore colmo di vendetta e le mani sporche di sangue, De Stefano recita la sua parte.

NINO D’ANTONIO

… ] E siccome i fatti del 1799, si è detto, non sono rimasti nell’immaginario collettivo, da quali sedimenti nascono queste pitture se non da una memoria storica «minoritaria», da quel filo rosso che ha sempre percorso la società napoletana e che continua a percorrerla nonostante la pressione, apparentemente sopraffattrice, di « turbe inconsapevoli »? Dal sogno della Repubblica alla fuga di Ferdinando col seguito dei cortigiani, all’arrivo dei sanfedisti, alla corda per Caracciolo, ai processi, ai capestri, alle decapitazioni, quale materia per un pittore così sanguigno come Armando De Stefano, nel quale la tradizione pittorica napoletana, specialmente quella seicentesca, è fortemente presente e si rinnova in una evoluzione continua di impaginati, di forme e di sensibilità coloristica .

ARTURO FRATTA

Aroldo Bonzagni, emiliano di nascita, fu uno dei migliori tra i giovani pittori di Milano tra il primo e il secondo decennio del secolo. “Peccato che morì così giovane, a trent’anni, nel 19 18” – scrivono di lui; e aggiungono: “e peccato che, dopo aver firmato il primo manifesto degli artisti futuristi, nel 1 9 l O, ritirò poi la firma: così perse il tram della gloria per montare, ahimé, sul tram di Monza”. Era un bell’uomo, elegante, Bonzagni, e qualche volta accompagnava il suo amico Boccioni e il poeta Marinetti a veder i cavalli in corsa, a San Siro. Perché poi lasciò la nascente compagnia futurista? “Perché non è convinto del divisionismo” – confidò Boccioni a Severini. Piuttosto, Bonzagni non si piegò alle idee di Boccioni e non fu attratto dalla poetica della modernità.

Poesia della strada

Lo attrasse invece l’universo dei reietti, degli esclusi e s’incuriosì alla bizzarra genialità, alla dolente felicità e a ce1ta dileggiata poesia che s’incontrava allora – e bisognerebbe dire anche allora – nelle strade di Milano. Così Bonzagni prese a frequentare il Crappa, ingoiatore di spada e lanciatore di coltelli, l’ameno barbone Bonalumi, dalla figura inconfondibile, e il più celebre di tutti i mendicanti milanesi, il vio!inista Molinari, che un giorno, nel suo studio, presentò a Toscanini. Bonzagni portò sulla tela questi “Rifiuti della società” (è il titolo d’un suo quadro); e nel ritrarli li rispettò, rendendoli quali erano: misteriosi od osceni, pensosi o sereni, taluni persino baciati dalla luce d’un immenso talento. (Ed è il caso del violinista, del quale il pittore eseguì diversi ritratti, che in qualità gareggiano con lo stupendo autoritratto bonzagnano della Civica Galleria d’Arte Moderna di Milano).

Come raccontano nei loro ricordi Aldo Carpi, Marco Ramperti ed altri, Bonzagni condivideva l’idea suggerita dalla gioiosa sicurezza del violinista Molinari (che si faceva correr dietro da turbe di ragazzi e poi li faceva inginocchiare tutti intorno a sé e prendeva quindi a suonare la “Serenata”) e confennata dall’asso1ta malinconia del barbone Bonalumi: l’idea che “i rifiuti della società” fossero ben lieti d’essere stati rifiutati e vivessero in un loro mondo, certo difficile, ma amato. Diversamente dai vecchi degli ospizi ritratti da Morbelli, diversamente dai derelitti di Teofilo Patini, i mendicanti e i girovaghi di Bonzagni non chiedono pietà, né esprimono la rassegnazione dei “Poveri di Prato” di Notte. Semplicemente, essi si offrono all’occhio limpido di Bonzagni; come “La pazza”, nel vano della po1ta, si offrì a Giacomo Balla.li paradiso dei diavoli

Ebbene, nell’ottobre scorso, w10 dei maggiori esponenti dell ‘attuale pittura italiana di figurazione, il napoletano Armando De Stefano, ha esposto nel Palazzo Reale della sua città (catalogo Electa/Napoli, a cura di Arturo Fratta, con scritti di Michele Prisco e di altri autori) un centinaio di disegni e di dipinti, in gran parte recenti, d’un ciclo intitolato “L’Eden degli esclusi”: ed abbiamo così una riproposizione del tema della marginalità, che però è qui una marginalità molto più variegata, rispetto a quella di Bonzagni; una marginalità – direi anche culturale e persino “politica”, oltreché sociale – che si muove sulla scena d’una città eccezionale nel bene e nel male: Napoli, che nel tito-” I l cane dei Nomadi” di Armando De Stefano. lo di un libro di un impo1tante studioso partenopeo, finito ai margini della memoria trionfante, Edmondo Cione, antico prediletto allievo di Croce, era indicata con una efficace antifrasi:

“Il paradiso dei diavoli”.

Ma è una scena che non si vede, quella di Napoli; bensì s’intuisce e si coglie nei caratteri cbe De Stefano assegna ai suoi esclusi: De Stefano che come Fiissli, il “pittore ufficiale del diavolo”, quasi sempre esclude il paesaggio dai suoi quadri, preferendo cbe le figw·e siano sfondo di se stesse. Quali caratte1i? Quelli, soprattutto, della dignità e dcl mistero: dignità della miseria e della disgrazia, mistero tragico o capriccioso della demenza e della genialità; e torve volontà ostentate, spietati destini voltati in gloria, vizi e stupori; e tutto ciò in vesuviane geomenie di sguardi, in un’ineffabile sospensione del tempo.

Filosofìa in pittura

Come Fellini, il pittore indaga la corrispondenza tra il volto e l’anima, e nei suoi quadri, tra anonimi guitti, zingari, matti, mendicanti (alcuni divenuti personaggi della penisola sorrentina, dove De Stefano vive d’estate) compaiono alcuni esclusi assu1ti alla celebrità. Don Chi sciolte sogna ad occhi aperti, vegliato da una fanciulla, in un’opulenza di stoffe preziose, di metalli, di piume (El Caballero de la Triste Figura): ed è il principe della poetica concretezza, escluso dal mondo fattivo e ottuso dei mediocri mediocri. Miche! Petrucciani, il pianista nano, calza babbucce rosse e osserva il mondo dall’alto. E Vincenzo Gemito – “figlio della Madonna”, genio e follia, il più beli’ addio che la scultura abbia dato a li’ Ottocento – attende assiso, tra colori freddi di nembi e squarci di sereno, che giunga fino a lui qualcuno, chissà da dove, e si sorprenda di trovarlo in tuba: cioè con in capo il cappello del potere. (Coccasione per cui Gemito uscì di senno, la prima volta, fu appunto un conflitto col potere: la travagliata commissione d’un trionfo da tavola per la reggia di Capodimonte). Ed ecco, insomma, come il De Stefano riprende alla sua maniera – crudi e gelidi i pastelli, caldi gli oli, indimenticabile il grande disegno su tela “Qualcosa è accaduto” – il tema degli esclusi; e come egli rinverdisce l’antico dubbio che ali ‘Eden dei reietti corrisponda un Inferno dell’infelicità: il nosn o mondo dei savi, dei ricchi, dei potenti.

L’accademia napoletana di Belle Arti ha un nuovo direttore Carmine Di Ruggiero, docente di pittura dal ’74 e allievo di Emilio Notte, che si è trovato già alla guida di un’accademia artistica, quella di Catanzaro, dal ’77 ali’ ’81. Di Ruggiero insegna a Napoli dall’ ’82, è staio docente di discipline pittoriche all’Istituto d’Arte di Sorrento negli anni ’60. A11ista di fama, Di Ruggiero ha esposto in personali e collellive sia in ltalia che all’estero, tra cui l a Quadriennale di Roma del ’55, la Biennale di Venezia del ’64, partecipando a manifestazioni artistiche in Egitto, a Boston, a Vienna e a Monaco. Il Ce11tro di Studi e Ricerche multimediali “B. Capasso” porge i  migliori auguri al nuovo Direttore de/l’Accademia di Belle Arti di Napoli.

 

Piano di Sorrento citta comunta territorio

Affreschi della sala consiliare




Generico giugno 2026





Generico giugno 2026


4:11
3:23
2:07
2:03
2:46

Fonte : PositanoNews.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Close
powered by SirenumLandCommunication P.IVA 05464860658 - info@sirenumlandcommunication.it
Close

Utilizzando e continuando a navigare su questo sito accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori info

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi